LA FAO: CONSUMO DI CARNE E CRESCITA DEMOGRAFICA CAUSANO L'INSTABILITÀ DEL MERCATO E QUINDI LA FAME

In occasione della Giornata mondiale dell'alimentazione, che si terrà a Roma il 17 ottobre 2011, la FAO ha emesso la seguente nota informativa:

“Prezzi degli alimenti - dalla crisi alla stabilità”

Fra il 2005 e il 2008, i prezzi mondiali degli alimenti di base hanno raggiunto i livelli più alti da 30 anni a questa parte.
Negli ultimi 18 mesi del periodo considerato, il prezzo del mais è aumentato del 74% mentre quello del riso è quasi triplicato, con un incremento complessivo del 166%.
Sono scoppiate rivolte del pane in più di 20 paesi. La stampa ha sentenziato la fine del cibo a buon mercato. Gli economisti ritengono che queste oscillazioni dei prezzi, verificatesi dal 2006, potrebbero ripetersi anche nei prossimi anni. In altre parole, sembra che si sia instaurata una tendenza alla volatilità (questo il termine tecnico che descrive il fenomeno) dei prezzi degli alimenti.
Proprio per attirare l’attenzione su questa tendenza e sulle possibili azioni da intraprendere per attenuare l’impatto sui più vulnerabili, il tema della Giornata mondiale dell’alimentazione 2011 sarà “Prezzi degli alimenti – dalla crisi alla stabilità”.
Le fluttuazioni dei prezzi, in particolare quelle al rialzo, rappresentano la maggiore minaccia alla sicurezza alimentare nei paesi in via di sviluppo. I più colpiti sono i poveri. Secondo la Banca mondiale, nel biennio 2010-2011 l’aumento dei costi degli alimenti ha spinto quasi 70 milioni di persone nella povertà estrema.
A livello di paesi importatori netti di prodotti alimentari, le impennate dei prezzi possono danneggiare i paesi poveri aumentando i costi per importare il cibo destinato alla popolazione. A livello individuale, quando i prezzi degli alimenti aumentano, le persone che vivono con meno di 1,25 USD al giorno sono costrette a saltare un pasto. Anche gli agricoltori sono vittime di questo fenomeno perché hanno assolutamente bisogno di prevedere, a mesi di distanza, il prezzo che raggiungeranno le coltivazioni al momento del raccolto. Se si prevedono prezzi elevati, piantano di più. Se si prevedono prezzi bassi, piantano meno, tagliando così i costi.
Le rapide oscillazioni dei prezzi rendono più difficoltosa questa valutazione. Gli agricoltori rischiano di produrre troppo o troppo poco. Una situazione di stabilità dei mercati consente loro di guadagnarsi da vivere. La volatilità dei mercati, invece, ne può determinare la rovina oltre che scoraggiare, in generale, investimenti fondamentali in agricoltura.
Riconoscendo che le oscillazioni dei prezzi degli alimenti rappresentano una grave minaccia per le popolazioni e i paesi più poveri al mondo, la comunità internazionale, guidata dal G20, nel 2011 affronta la ricerca di mezzi per far fronte alla volatilità dei prezzi sui mercati internazionali delle materie prime alimentari.
Per decidere come e in che misura sia possibile gestire la volatilità dei prezzi degli alimenti, è necessario chiarire le ragioni per cui, nel giro di pochi anni, il mercato mondiale degli alimenti, caratterizzato da stabilità e prezzi bassi, è diventato turbolento ed è stato sconvolto da improvvise impennate e crolli dei prezzi.
Le radici della volatilità odierna vanno cercate nel secolo scorso. I responsabili politici non si resero conto, infatti, che il rapido aumento della produzione in molti paesi non sarebbe durato per sempre, né della necessità di continuare a investire in ricerca, tecnologia, attrezzature e infrastrutture.
Negli ultimi 30 anni, dal 1980 a oggi, la quota degli aiuti ufficiali allo sviluppo destinata dai paesi OCSE all’agricoltura è calata del 43%. Probabilmente il sottofinanziamento protrattosi negli anni in agricoltura, sia nei paesi ricchi che in quelli poveri, rappresenta la principale causa singola dei problemi che ci troviamo ad affrontare oggi.
La rapida crescita economica delle economie emergenti ha contribuito all’attuale tensione dei mercati. Infatti, il numero crescente di persone che mangia più carne e prodotti caseari determina un rapido aumento della domanda di cereali foraggieri. La crescita demografica, con quasi 80 milioni di nuove bocche da sfamare ogni anno, è un altro elemento importante. Alla pressione demografica si aggiungono gli imprevedibili e spesso estremi fenomeni meteorologici causati dal riscaldamento globale e dal cambiamento climatico.
Un altro fattore determinante è il recente ingresso di investitori istituzionali che hanno immesso forti somme di denaro nei mercati a termine delle materie prime alimentari. A determinare questa situazione, infine, hanno contribuito in modo rilevante anche politiche agricole distorsive.
Affrontare la volatilità dei prezzi degli alimenti implica, quindi, l’adozione di due diversi tipi di misure. Il primo riguarda la volatilità stessa, e punta a ridurre le oscillazioni dei prezzi tramite interventi specifici. Il secondo cerca di attenuare gli effetti negativi di tali oscillazioni su paesi e persone.
Un maggior coordinamento politico nel commercio internazionale di prodotti alimentari può ridurre la volatilità, contribuendo a mantenere un flusso sicuro di beni. La FAO sostiene le negoziazioni multilaterali all’interno dell’Organizzazione mondiale del commercio e l’eliminazione, nei paesi ricchi, di sovvenzioni distorsive nel settore agricolo.
Riguardo alle speculazioni, dalle ricerche condotte dalla FAO emerge che esse potrebbero anche non innescare le oscillazioni di prezzo, ma potrebbero esasperarne dimensioni e durata.
Occorre una maggiore e migliore informazione per garantire una maggiore e migliore trasparenza nelle transazioni dei mercati a termine. Questo contribuirebbe a far sì che governi e operatori economici adottino decisioni informate ed evitino situazioni di panico o reazioni irrazionali.
Riguardo al mitigare le conseguenze della volatilità, le reti di sicurezza nazionali o regionali, possibilmente dotate di riserve alimentari d’emergenza, possono contribuire a garantire l’approvvigionamento di cibo alle popolazioni bisognose e vulnerabili nei periodi di crisi. Le fasce più povere fra i consumatori possono essere assistite anche con denaro in contanti o buoni alimentari, e i produttori aiutati con mezzi tecnici come fertilizzanti e sementi.
I meccanismi basati sul mercato possono aiutare i paesi in via di sviluppo a basso reddito a pagare importazioni di alimenti più costose. A livello di paesi, i governi possono tutelarsi dai rialzi dei prezzi degli alimenti con tutta una serie di provvedimenti finanziari; ad esempio le opzioni di acquisto, che darebbero il diritto di comprare cibo ad un prezzo prefissato anche con mesi di anticipo, indipendentemente poi dalle oscillazioni intervenute nel frattempo sul mercato. A livello internazionale, le agevolazioni compensatorie possono aiutare i paesi in via di sviluppo a basso reddito a pagare il conto, in costante aumento, delle loro importazioni di cibo. Gli aiuti finanziari agevolati, come quelli forniti dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), hanno aiutato i paesi ad affrontare i problemi della bilancia dei pagamenti, causati nel biennio 2007-2008 dall'aumento dei prezzi degli alimenti.
In ultima analisi, tuttavia, la stabilità del mercato dei prodotti alimentari dipende da maggiori investimenti in agricoltura, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, dove vive il 98% di chi soffre la fame, e dove la produzione alimentare deve raddoppiare entro il 2050 per nutrire una popolazione in aumento.
Investimenti in infrastrutture, sistemi di marketing, servizi di divulgazione e comunicazione, istruzione, ricerca e sviluppo: tutti elementi che possono aumentare l’approvvigionamento di cibo e migliorare il funzionamento dei mercati agricoli locali, con il risultato di ridurre la volatilità dei prezzi. In tal modo, i mercati possono operare a favore dei poveri, su cui grava il peso della volatilità dei prezzi degli alimenti. Il livello di investimenti netti necessari equivale a quasi 83 miliardi di USD l’anno; un importo che sarebbe in grado di aiutare milioni di persone in tutto il mondo a uscire dalla povertà, e che contribuirebbe a creare una stabilità a lungo termine sui mercati agricoli.
Nella Giornata mondiale dell’alimentazione 2011, sarà nostro compito analizzare scrupolosamente le cause di queste oscillazioni dei prezzi degli alimenti. E sarà nostro compito fare ciò che deve essere fatto per ridurre le conseguenze sui componenti più deboli della nostra società globale.

LE PROTEINE ANIMALI FAVORISCONO L'OBESITÀ

La Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana informa che sulla rivista scientifica internazionale "Journal of the American Dietetic Association" è appena stato pubblicato (agosto 2011) un articolo che indaga la relazione tra l'assunzione di proteine vegetali e animali e l'obesità ("Longitudinal Association between Animal and Vegetable Protein Intake and Obesity among Men in the United States: The Chicago Western Electric Study.").
I ricercatori hanno concluso che le proteine animali e quelle vegetali esercitano effetti opposti sullo sviluppo dell'obesità nel lungo termine: elevati consumi di proteine animali favoriscono l'obesità ed, al contrario, elevati consumi di proteine vegetali risultano protettivi nei confronti dello sviluppo di obesità.
I dati utilizzati a questo fine sono stati quelli del "Chicago Western Electric Study", che ha investigato un gruppo di 1730 persone (uomini di età compresa tra i 40 e 55 anni) tra il 1958 e il 1966. Queste persone sono dunque state seguite per 7 anni: sono stati annualmente registrati la loro alimentazione, la loro altezza e peso e altre informazioni.
Sulla base di tali informazioni, sono state utilizzate delle equazioni per stimare la relazione tra la quantità di proteine totali assunte e la probabilità di risultare sovrappeso od obesi al successivo esame annuale. Lo stesso calcolo è stato fatto considerando separatamente le proteine animali e quelle vegetali, per verificare se vi fosse una maggior correlazione tra proteine animali-sovrappeso, oppure proteine vegetali-sovrappeso.
I calcoli effettuati sono stati, come sempre avviene in questi casi, adattati per tener conto dei potenziali "fattori confondenti", come età, fumo di sigaretta, consumo di alcool, di calorie, di carboidrati e di grassi saturi, ed è anche stata presa in considerazione l'eventuale presenza di diabete o di altre malattie croniche.
Il risultato ottenuto ha mostrato chiaramente, in termini numerici, che esiste una correlazione statisticamente significativa tra consumo di proteine animali e obesità: chi consumava una quantità maggiore di proteine animali aveva una probabilità di diventare obeso maggiore di 4,6 volte rispetto a chi ne consumava quantità più basse. Chi invece consumava maggiori quantità di proteine vegetali aveva un rischio minore di risultare obeso, rispetto a chi ne consumava le quantità più basse, e precisamente il rischio viene dimezzato.
Dichiara la dottoressa Luciana Baroni, presidente di Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana: "Questi risultati confermano l'inutilità delle diete dimagranti iperproteiche basate sul consumo di carne e pesce, la cui pericolosità per la salute è già stata oggetto di studio".

IL PRINCIPIO DI CAUSALITÀ

 (aggiornato 21 novembre 2011)

 

Come è noto fin dai tempi di Aristotele, un metodo per acquisire delle verità è quello di induzione. Secondo tale metodo, si può pervenire alla definizione di un principio generale dopo averlo verificato in un gran numero di casi particolari.

Un difetto di tale metodo è che il principio generale così ricavato sarà valido solo nell'ambito di fenomeni simili a quelli in cui esso è stato verificato.

Un caso tipico di tale limite è il principio di causalità. Nella vita di tutti i giorni noi incontriamo un gran numero di fenomeni e possiamo verificare che tutti hanno una causa. Ad esempio, se io trovo degli orologi ed indago sulla loro origine, giungerò sempre alla conclusione che essi siano stati fabbricati da un orologiaio; non verificherò mai che essi si siano fatti da soli. Quindi potrei essere tentato di affermare che tutto quello che esiste al mondo ha una causa.

Ma già il filosofo scozzese David Hume nel secolo XVIII aveva criticato il principio di causalità. Secondo Hume, il fatto che ad un evento A segua da milioni di anni un evento B non può darci la certezza assoluta che ad A segua sempre B e nulla ci impedisce di pensare che un giorno le cose andranno diversamente e, per esempio, a B segua A. Per ovviare a ciò ci vorrebbe un principio di uniformità della natura che si incarichi di mantenere costanti in eterno le leggi della natura, cosa che per Hume non è né intuibile né dimostrabile.

Hume ritiene inoltre che non necessariamente un oggetto che inizia ad esistere debba avere una causa. In realtà la necessità della relazione causale non avrebbe un fondamento logico e neppure empirico, ma soltanto psicologico. Del resto, tutta la speculazione humeana è volta a dimostrare, nell'ambito delle conoscenze sperimentali, il fondamento psicologico delle credenze e dei concetti umani.

In fisica esistono molti fenomeni nei quali non si ha l'evidenza della causalità. Ad esempio nella radioattività un nucleo atomico emette spontaneamente una particella α o β trasformandosi in un nucleo di un altro elemento. Si conosce la velocità con cui ogni insieme di nuclei di un dato elemento si trasforma, tanto che ogni elemento radioattivo è caratterizzato da un proprio tempo di dimezzamento, trascorso il quale rimane solo la metà dei nuclei originali. Ma, dato un singolo nucleo, non c'è modo di provocarne il decadimento, e neppure di prevedere dopo quanto tempo decadrà. Il decadimento radioattivo di un singolo nucleo è quindi un fenomeno senza causa.

Un altro esempio è dato dalla comparsa di particelle che si creano dal nulla. Particelle virtuali emergono dal vuoto, prendendo a prestito temporaneamente un po' della sua energia, [...] quindi spariscono di nuovo nel vuoto, portando con sé l'energia che avevano preso in prestito (1).

Ci sono fenomeni che hanno una causa generale, ma non una causa che stabilisca il punto preciso in cui avvengono. Ad esempio il moto della materia, che in base al principio di inerzia dovrebbe essere rettilineo, in determinate condizioni diventa vorticoso. Tali condizioni sono quindi la causa del moto vorticoso in generale, ma non vi è una causa che stabilisca il punto preciso in cui si forma un singolo vortice.

Anche l'orogenesi ha una causa generale, che consiste nel movimento delle placche tettoniche, a sua volta causato dalle correnti convettive del mantello, ma il punto preciso dove si formano le singole vette montagnose sembra del tutto capriccioso e senza una causa precisa.

Secondo il fisico americano Vilenkin (2) esiste un oceano di falso vuoto in cui continuamente si formano big bang che danno luogo ad isole di vero vuoto. Ogni isola di vero vuoto è un universo che si espande ad una velocità prossima a quella della luce, formando galassie e stelle al suo interno. Noi vivremmo in una di queste isole e non potremmo vedere le altre. Non sembra che vi sia una causa precisa per la quale un'isola di vero vuoto si crei in un punto piuttosto che in un altro.

Secondo i fisici Hawking e Mlodinow (3) la materia si può creare spontaneamente dal nulla, a condizione che l'energia negativa dovuta alla gravità compensi esattamente l'energia positiva dovuta al movimento delle sue particelle, così che la differenza sia pari a zero. Ad esempio, l'energia gravitazionale negativa della Terra è meno di un miliardesimo della sua energia positiva, e quindi corpi isolati come la terra o anche stelle o buchi neri non possono comparire dal nulla. Ma un intero universo può crearsi spontaneamente dal nulla.

Secondo il cosmologo brasiliano Mário Novello, per dimensioni molto piccole si verificano fluttuazioni di natura quantistica nello spazio-tempo, che possono essere rilevanti e persino dominanti, e portano ad una creazione spontanea. Inoltre ricerche recentissime sulle supernovae hanno messo in evidenza che l'espansione dell'universo si sta accelerando; ciò sarebbe consistente con l'eventualità che il big bang non sia stato una singolarità, ma una riduzione dell'universo ad un volume minimo, conseguente ad un precedente collasso; quindi l'universo potrebbe essere eterno. In ogni caso si constata che il vuoto è instabile, per cui non sembra possibile che nulla esista: l'universo era condannato ad esistere (4).

Concludendo, il principio di causalità è valido solo nell'ambito di alcuni fenomeni e non ha validità generale. Pertanto pretendere di dimostrare l'esistenza di Dio in base al principio di causalità (cioè alla presunta necessità che il mondo abbia una causa prima) è illusorio. L'universo potrebbe essersi creato da solo.

Carlo Consiglio

 

(1) L. Randall, Warped passages, Ecco Press 2005. Traduzione italiana: Passaggi curvi, Mondadori, 2006, p. 237.

(2) A. Vilenkin, Many worlds in one: the search for other universes, 2006. Traduzione italiana: Un solo mondo o infiniti? alla ricerca di altri universi, Cortina, Milano, 2007.

(3) S. Hawking & L. Mlodinow, The grand design: new answers to the ultimate questions of life, Bantam, London, 2010. Traduzione italiana: Il grande disegno: perché non serve Dio per spiegare l'universo, Mondadori, Milano, 2011.

(4) M. Novello, O que é cosmologia: a revolução do pensamento cosmológico, 2006. Traduzione italiana: Qualcosa anziché il nulla: la rivoluzione del pensiero cosmologico, Einaudi, Torino, 2011.

 

 

ESISTE IL LIBERO ARBITRIO?

(nuovo testo)


Marco Iacoboni, docente nella Facoltà di Medicina dell'Università della California a Los Angeles, nel suo libro "I neuroni specchio - Come capiamo ciò che fanno gli altri" (1), descrive forme inconsce d'imitazione tra persone che interagiscono socialmente e meccanismi neurobiologici del rispecchiamento dovuti ai "neuroni specchio", recentemente scoperti. Questi dati, egli afferma, "lasciano supporre un automatismo biologico difficile da controllare, che potrebbe delegittimare la visione classica di una capacità decisionale autonoma su cui poggia il libero arbitrio".

Anche il grande fisico Stephen Hawking pensa che il libero arbitrio sia un'illusione. Infatti la nozione di libero arbitrio incontra insormontabili difficoltà: se noi abbiamo il libero arbitrio, a quale stadio dell'evoluzione esso apparve? Lo scimpanzé ha libero arbitrio? E i vermi? E le alghe azzurre? Inoltre, come si concilia il libero arbitrio con l'osservazione che, stimolando elettricamente una determinata parte del cervello, si crea nel paziente il desiderio di muovere la mano o il piede, o di muovere le labbra e parlare (2)?

Il fisiologo Benjamin Libet ha dimostrato che l'attività nelle regioni motrici del cervello può essere evidenziata circa 350 millisecondi prima che una persona senta di aver deciso di muoversi (3). Soon e la sua équipe hanno mostrato che alcune decisioni "consce" possono essere rivelate fino a 10 secondi prima che diventino coscienti (quindi molto prima dell'attività motoria preparatoria scoperta da Libet (4). Questi dati secondo il neurofisiologo Harris sono difficilmente conciliabili con l'idea che uno sia la sorgente conscia delle sue azioni (5). Anche per il neurobiologo Dick Swaab molti fattori ereditari ed influssi esterni, già nelle primissime fasi dello sviluppo cerebrale, hanno stabilito la struttura ed il funzionamento del cervello per il resto della nostra vita,così che il nostro comportamento è già fissato in misura rilevante fin dalla nascita (6).

Forse dobbiamo rivedere la nozione di libero arbitrio, così diffusa nella nostra società. Se le nostre azioni sono automatiche, e non frutto di una libera scelta, allora cade il nostro concetto di amministrazione della giustizia, basata sulla punizione del colpevole, perché non vi sarebbe alcuna colpa: infatti, secondo molti filosofi, la responsabilità sarebbe incompatibile con il determinismo (7). Potrebbero restare le sanzioni, ma solo come deterrente, senza la pretesa di dare una "retribuzione". Cade anche gran parte delle religioni, in larga misura basate sul pentimento per i "peccati" commessi e sulla credenza di un'altra vita dopo la morte, dove i "buoni" sarebbero "premiati" ed i "cattivi" sarebbero "puniti". Ma se non vi è responsabilità, non vi sono neanche meriti da premiare né colpe da espiare. Il bene ed il male tuttavia esistono, come comportamenti rispettivamente utili o dannosi per la società, e per incrementare i primi e ridurre i secondi occorrono soprattutto educazione ed istruzione. 

Carlo Consiglio

(modificato il 28 dicembre 2011)

 

(1) M. Iacoboni, I neuroni specchio: come capiamo ciò che fanno gli altri, Bollati Boringhieri, Torino, 260 pp., 2008.

(2) S. Hawking & L. Mlodinow, The grand design, Bantam, 198 pp., vedi pp. 30-32, 2010. Traduzione italiana: Il grande disegno, Mondadori, Milano, 180 pp., vedi p. 30, 2011.

(3) B. Libet, C. A. Gleason, E. W. Wright & D. K. Pearl, Time of conscious intention to act in relation to onset of cerebral activity (readiness-potential): the unconscious initiation of a freely voluntary act, Brain, 106 (3): 623-642, 1983.

(4) C. S. Soon, M. Brass, H. J. Heinze & J. D. Haynes, Unconscious determinants of free decisions in the human brain, Nat. Neurosci. 11 (5): 543-545, 2008.

(5) S. Harris, The moral landscape: how science can determine human values, Free Press, New York, 307 pp., 2010.

(6) D. Swaab, Wij zijn ons brein: van baarmoeder tot Alzheimer, Uitgeverij Contact, Amsterdam, 2010. Traduzione italiana: Noi siamo il nostro cervello: come pensiamo, soffriamo e amiamo, Elliot, Roma, 462 pp., 2011.

(7) S. Nichols, Experimental philosophy and the problem of free will. Science, 331: 1401-1403, 2011.

 

L'AMORE ALL'APERTO

Fare l’amore all’aperto è una bellissima esperienza, se si è in un bel posto. Ci si sente parte della natura. A me è capitato di farlo in coppia in luoghi assolutamente solitari, come una spiaggia deserta o la vetta di una montagna.

Ma vi sono anche dei luoghi (rari) dove più persone convergono con lo scopo di fare l'amore (o di osservare quelli che lo fanno).

Perché le persone che vogliono fare l'amore all'aperto vanno in un luogo dove vi sono anche altre persone, e non in un luogo solitario? Certamente per farlo avranno dovuto inizialmente vincere una certa ritrosia o vergogna. Un motivo per farlo può essere la difficoltà di raggiungere un luogo deserto, raggiungibile solo con un cammino a piedi abbastanza lungo. Un altro motivo può essere quello di avere una certa sicurezza contro eventuali malintenzionati. Oppure si tratta di persone esibizioniste, che provano piacere nella consapevolezza di essere osservate.

Le attività in questi luoghi vanno in genere dalla stimolazione manuale a quella orale ed al coito vero e proprio. Ogni coppia agisce per proprio conto, e sono rari i tentativi di intrusione di terzi, come sono anche rari i gruppi di più persone che fanno sesso di gruppo.

Uno di questi luoghi è Cap d'Agde, a SO di Montpellier, in Francia, dove l'attività sessuale è limitata ad una piccola spiaggia lunga 300 metri, prospiciente la Riserva Naturale di Bagnas. Per recarvisi, conviene prendere alloggio in uno dei numerosi alberghi o campeggi della zona; senz'altro da preferire per la vicinanza e per il cemento non eccessivo è il Centre héliomarin di René Oltra [1 Rue des Néreïdes, B.P. 884, F-34307 Cap d'Agde, telefono + 33 467010636, fax + 33 467012238, www.chm-reneoltra.com], molto pulito, organizzato ed efficiente, con nudismo obbligatorio ma dove l'attività sessuale all'aperto è rigorosamente vietata. Dal centro attraverso uno di quattro varchi sorvegliati si passa direttamente alla spiaggia nudista, dove l'attività sessuale non è del pari consentita. Da qui occorre camminare lungo la battigia verso NE (cioè verso Sète) fino a superare l'altezza del ristorante di Oltra. Ci si accorge facilmente di essere arrivati dal notevole affollamento. Non bisogna però superare il cartello che segnala l'entrata nel comune di Marseillan, dove non solo non si può svolgere attività sessuale all'aperto, ma anche il nudismo è vietato.

La sensazione che si può provare a Cap d'Agde è molto diversa da quella descritta all'inizio dell'articolo, e riguarda il sentirsi membri di un movimento spontaneo ed in comunione di interessi e di ideali con centinaia di altre persone peraltro per lo più sconosciute. Ci si rende conto che questo movimento è enorme e che il sesso è una forza potentissima che non è possibile reprimere. La sensazione è anche quella di aver ritrovato il paradiso terrestre, e cioè di trovarsi in  una situazione anteriore all'invenzione del senso di colpa e del peccato.

Un posto come la spiaggia di Bagnas è assolutamente diverso da un club privé. Un privé è un luogo completamente artificiale, gestito per ragioni commerciali, dove ad un cliente può anche essere richiesto di presentarsi con un determinato abbigliamento. La spiaggia di Bagnas è invece un luogo assolutamente naturale e pubblico.

Proprio per quest'ultimo motivo, tuttavia, chi fa il sesso all'aperto sulla spiaggia di Bagnas a Cap d'Agde dev'essere consapevole del fatto che, secondo la legge, anche francese, sta commettendo un atto illegale, per il quale potrebbe anche essere denunciato, anche se la probabilità di ciò è modesta perché, dato il gran numero di persone, sarebbe difficile per la polizia, in caso d'irruzione, multarle tutte.

Carlo Consiglio; articolo modificato il 14 luglio 2010

 

Aggiornato il 28 gennaio 2012.